Marco Mazzi


APPUNTI PER UN TESTO SUI GIARDINI DI PIETRO PORCINAI
Il Novecento ha spesso dimostrato di pensare che la compiuta teorizzazione di un lessico stilistico non sia costretta a confrontarsi con una tradizione consolidata, ma debba piuttosto infrangere quegli schemi e quelle istanze formali che producono un determinato codice estetico. La rigidità della metodologia, spesso segnata da un contrasto esplicito con dei modelli canonici ed epistemologici ancora legati al passato, ha cercato, con le esperienze di Bauhaus, di Futurismo, di Dada e Surrealismo, di liberare l’arte da legami di dipendenza con forme espressive obsolete e linguisticamente infedeli alla proposta originaria di un’arte che avrebbe dovuto risolvere il rapporto antitetico e ideologico, legando l’individuo alla realtà sociale e culturale del suo tempo. I giardini del paesaggista fiorentino Pietro Porcinai (1910-1986) rappresentano una griglia interpretativa che ci permette di cogliere la complessità dell’esperienza e della meditazione sul paesaggio moderno, inteso come disegno totalistico, fondato sull’espressione di una visione del mondo su cui si colloca l’esperienza umana e immaginaria dell’infinito. Porcinai, fra i massimi paesaggisti del XX secolo, è stato in grado di esplorare con appassionata maestria e lungimiranza, la progettazione del verde pubblico e privato, la valorizzazione etica e estetica del patrimonio ambientale, la possibilità di interrogare e contestualizzare il rapporto ermeneutico fra la natura e la coscienza individuale. Il contributo ideologico della ricerca architettonica di Porcinai considera il verde una realtà estetica e culturale, che assegna all’individuo la possibilità di evocare una predisposizione filosofica edificante e che rimette in gioco, attualizzandolo, il principio Rinascimentale dell’esistenza di un connubio simbolico fra l’attività umana e la ricchezza dell’intreccio di quelle relazioni che rendono possibile l’intelligibilità della natura.
Pubblicazione su  Domus – 16 Ottobre  2012 – Testo di Marco Mazzi – Foto Alessio Guarino 

NOTES FOR A TEXT ON PIETRO PORCINAI’S GARDENS
The twentieth century has often demonstrated that the theory of a stylistic vocabulary shouldn’t be forced to confront a long-standing tradition, but should rather break the patterns and formal instances that generate a particular aesthetic code. The rigidity of methodology, often marked by an explicit contrast with standard and epistemological models tied to the past, has tried, with the experiences of the Bauhaus, Futurism, Dada and Surrealism, to free art from its dependence from obsolete, linguistically unfaithful to the original forms of expression, of an art that should solve the antithetical and ideological relationship, linking the individual to the social and cultural reality of his time. The gardens of Florence-based landscape architect Pietro Porcinai (1910-1986) represent an interpretative grid that allows us to understand the complexity of experience and meditation on modern landscape, intended as a complete design, based on the expression of a world view where you place the human and imaginary experience of infinity. Porcinai, one of the greatest landscape architects of the twentieth century, has been able to explore with passionate skill and foresight, the design of public and private green spaces; the ethic and aesthetic enhancement of environmental heritage; and the possibility to interrogate and contextualize the hermeneutic relationship between nature and individual consciousness. The ideological contribution of Porcinai’s architectural research considers the “green” an aesthetic and cultural reality, which assigns the individual the ability to evoke an edifying philosophical predisposition which updates and brings into play the Renaissance principle of the symbolic union between human activity and the interlacing of relationships that make the understanding of nature possible.
Published  Domus – 16 Ottobre  2012 – Text Marco Mazzi  – Photo Alessio Guarino